mercoledì 11 novembre 2009

Anche fuori da Rimini, ci sono altri che non credono nel web


L'ottimismo, a volte, è l'oppio dei popoli. Fa bene Giorgio Napolitano ad invitarci alla prudenza, quando si cavalca con troppa disinvoltura la tigre (finora più mediatica che economica) della "ripresa". Fa bene a ricordarlo soprattutto al governo, che sulla materia brilla per "asimmetria". Un esempio clamoroso, di queste ore. Per un presidente del Consiglio che già vede le "verdi vallate" della crescita, c'è un sottosegretario alla presidenza del Consiglio che, preoccupato per le emergenze, taglia i fondi dove servirebbero come il pane. Internet, la rete, tutto quello che in questi mesi e in questi anni ha consentito alle imprese di modernmizzarsi e ai cittadini di informarsi. È accaduto ieri, infatti, che Gianni Letta abbia annunciato il congelamento degli 800 milioni di euro per lo sviluppo della banda larga, cioè l'ampliamento e il potenziamento della fibra ottica sulla rete fissa di telecomunicazioni. Le risorse erano state già ricavate all'interno dei fondi del Fas (il Fondo per le aree sottosviluppate). Rientravano in un progetto di recupero del cosiddetto "digital divide" italiano, messo a punto dal ministro Paolo Romani, sulla base del piano predisposto dal consulente del governo Francesco Caio. "Quei fondi -ha spiegato il braccio destro del Cavaliere- erano stati previsti prima dell'avvento della crisi. Ora, con la crisi in atto, non possiamo spenderli. Resteranno lì, e se le cose miglioreranno e si potrà uscire dalla crisi li indirizzeremo nuovamente alla banda larga". Bella trovata. La prudenza diventa incoscienza. Ogni volta che c'è da tagliare o da risparmiare, il governo si applica con insensato accanimento terapeutico sui pochi settori nei quali bisognerebbe investire con forza: ricerca, innovazione, le reti, il Web. È la vecchia legge di Murphy, applicata con ferocia da un governo incapace di trovare una qualsiasi "exit strategy" dalla crisi: "Se ci sono uno o più modi di fare una cosa, e uno di questi può condurre alla catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo".

martedì 10 novembre 2009

Mappe delle primarie


Nei giorni della Direzione Nazionale del Partito Democratico che ha ufficializzato l'elezione a segretario di Pierluigi Bersani, pubblichiamo la prima delle nostre mappe sulle primarie del 25 ottobre.
Cominciamo dalla mappa dell'affluenza: in questo grafico possiamo vedere la variazione dell'affluenza nelle varie regioni confrontandola con le scorse primarie, che nel 2007 elessero Walter Veltroni e costituirono l'atto fondativo del PD.

L'analisi: Rispetto a due anni fa, l'affluenza delle primarie per l'elezione del Segretario del PD scende generalmente del 10%, passando dai 3 milioni 400 mila votanti dell'ottobre 2007 ai poco più degli attuali 3 milioni 60 mila.A fronte di questo dato bisogna però notare che, al contrario di due anni fa, quando si era verificata un'esplosione dell'affluenza al sud e nelle isole, stavolta si è verificato un fenomeno sostanzialmente opposto. A parte la Sicilia, notiamo che nel Mezzogiorno l'affluenza cala con punte anche estremamente consistenti (in particolare Puglia, Calabria e Sardegna), mentre al Nord mostra incoraggianti segnali di tenuta (in questo senso, particolarmente interessante è il dato della Lombardia, considerando soprattutto l'enorme peso demografico che la regione riveste).Una diminuzione dell'affluenza in linea o generalmente superiore al dato nazionale interessa invece anche le regioni "rosse".
In definitiva, si può notare come rispetto a due anni fa si sia parzialmente ridotto lo squilibrio tra i voti provenienti dalle regioni meno popolose rispetto a quelle demograficamente più rilevanti. Anche se bisogna comunque notare che, in proporzione, il contributo del Mezzogiorno continua ad essere decisamente superiore rispetto all'apporto delle regioni settentrionali. Di certo l'immagine che queste primarie ci offrono dell'Italia è decisamente meno "deformata" rispetto a quella di due anni fa.

Emanuele Rallo

lunedì 9 novembre 2009

Back in the USSR


Anche Calearo lascia il Pd. Altro che ventennale della caduta del muro.

Anche Massimo Calearo starebbe per lasciare il Partito democratico. L'annuncio ufficiale dovrebbe arrivare a giorni. L'ex presidente di Federmeccanica avrebbe già annunciato la sua intenzione al segretario del Pd, Pierluigi Bersani, al quale avrebbe spiegato che il partito, dopo le primarie che hanno dato a Bersani la poltrona di segretario, non corrisponderebbe più alla sua storia personale e, soprattutto, al progetto di Veltroni di un partito moderato e riformatore. Calearo, schierato con Dario Franceschini al congresso, aveva più volte nelle scorse settimane definito quello di Bersani un progetto che «guarda al passato. Io di sinistra non lo sono mai stato».

«MI HANNO CHIAMATO LORO» - Calearo è entrato in Parlamento dopo essersi presentato alle ultime elezioni come capolista per il Partito democratico nella circoscrizione Veneto 1, fortemente voluto da Veltroni. È presidente del Gruppo Calearo, che produce antenne per auto e antenne mobili ad alta tecnologia per le telecomunicazioni. Dal 2003 al 2008 è stato presidente dell'Associazione industriali di Vicenza e dal 2004 al 2008 è stato anche presidente di Federmeccanica. Alla Camera aveva sempre mantenuto un profilo indipendente: «Essendo figlio di mio padre non ho un papà nel partito. Grazie a Dio faccio quello che voglio. Mi hanno chiamato loro, non ho chiesto io di andarci. Mi sento libero», aveva dichiarato.

COMMENTI - Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari: «Posso capire Calearo. Si vede che anche lui condivide le idee di Rutelli sul pericolo che il Pd sta correndo. Mi auguro di essere smentito nei prossimi mesi dalla politica di Bersani». «L'abbandono del Pd di Calearo era annunciato», ha commentato Giustina Destro, parlamentare del Pdl, ed ex sindaco di Padova. «In passato mi era sembrato più leghista che del Pd. Ora mi auguro che che possa entrare nel Pdl». Lorenzo Dellai, presidente della provincia di Trento e tra i promotori del Nuovo Centro: «Non è un segnale di crisi del Pd o un preannuncio di scissione, ma un'evoluzione del quadro politico. L'assetto bipolare mostra segni di stanchezza: ci sono persone che avvertono questa difficoltà e cercano vie di uscita».